lunedì 31 gennaio 2011

L'ultima volta [15ª PARTE]

Il Carogna, il Macellaio, il Contabile, e don Luciano. Quattro gradini. Mancava ancora l'ultimo.
Fingendo di essere un ricco signore che aveva per le mani un affare da milioni di euro, Tore Pinna era riuscito ad abbindolare il Carogna, e a ottenere un appuntamento col Macellaio. Il Macellaio non aveva a che fare coi soldi, a quello ci pensava il Contabile. Era da qualche ora che andava avanti quella storia, ma sembrava fossero passati anni da quando avevano fatto l'ispezione presso il luogo dell'omicidio. Da quando aveva sparato a una gamba a Stigazzi che, per sua fortuna, poteva ancora camminare, magari zoppicando un po'. Il colpo l'aveva probabilmente beccato di striscio.
E adesso eccolo, in casa del Contabile, insieme al Macellaio. Tore Pinna aveva svuotato il sacco: voleva incastrare Stigazzi. Doveva solo riuscire a dimostrare quello che sapeva.
Regola numero uno: chi sbaglia è morto. Regola numero due: chi tenta di fottere don Luciano, è morto due volte. Stigazzi aveva fatto il doppio gioco con don Luciano. Il compito di Tore Pinna era quello di dimostrare quello che sapeva, ma doveva farlo in fretta: dio solo sa che balle sarebbe stato in grado di inventarsi Stigazzi.
Stigazzi che, arrivato anche lui a casa del Contabile in compagnia del Carogna, attendeva l'apertura del cancello.

«Allora, Salvatore Pinna, ammesso che ti chiami davvero così», disse il Contabile, «tu prima ci parli di un affare da milioni di euro, e poi ci tiri fuori questa storia incredibile? Secondo la quale il nostro Commissario sta cercando di fottere don Luciano? Io spero per te che tutto ciò che hai detto sia vero, che tu abbia le prove, e che...» Si fermò per un attimo. Se Tore Pinna fosse stato un impostore, sarebbe morto. Se invece davvero stava dicendo la verità... a quel punto sapeva troppe cose, e sarebbe morto ugualmente. Pazienza, pensò, uno in più, uno in meno.
Il Contabile sospirò. «Spero per te che oggi sia la tua giornata. Ma cosa mi dice che non sei uno sbirro che vuole incastrarci?»
Tore Pinna rispose: «Sono solo. Per quanto mi riguarda, con la polizia ho chiuso. Ho le prove di quello che sto dicendo. Ho tutte le informazioni sull'organizzazione spagnola con cui è in contatto il commissario Stigazzi. Movimenti bancari, nomi, numeri di telefono, indirizzi. Ho delle registrazioni di alcune sue conversazioni. Portatemi da don Luciano e ve lo dimostrerò.»
Avrebbe potuto farlo torturare dal Macellaio per fargli dire dove teneva quelle informazioni, pensò il Contabile, ma non c'era tempo. Voleva vederci chiaro, e subito. E non voleva prendersi responsabilità. È il caso di chiamare don Luciano, deciderà lui cosa fare.

Il Contabile prese il telefono e compose un breve numero. Probabilmente è un numero interno di chiamata, pensò Tore Pinna.
«Frank! Mandami due uomini qui, nella sala rossa. Quanti ce ne sono all'ingresso?» Una pausa. «Dovrebbero bastare. Avvisali che sta arrivando il Macellaio, dovranno prendere ordini da lui.» Dopo meno di un minuto arrivarono due uomini, tuta nera, pistola nella fondina, probabilmente due guardie del corpo, pensò Tore Pinna. «Prendetevi cura di lui, mi raccomando.» Poi, rivolgendosi al Macellaio, continuò: «Pensaci tu ad accogliere i nostri ospiti. Io vado a chiamare don Luciano. Tienili un po' sulle spine... come sai fare tu. Tieni», porgendogli un altro telefono, «dopo che sento don Luciano ti farò sapere il prossimo passo». Il Carogna e il Macellaio si allontanarono, lasciando Tore Pinna in compagnia delle due guardie armate.

«E finalmente ci aprono 'sto cazzo di cancello!» tuonò Stigazzi sporgendosi dal finestrino. Forza, Carogna, andiamo, sali in macchina e portala dentro... per me è sempre più difficile camminare. Mi ha ripreso a sanguinare la gamba... colpa di quel pezzo di merda di Tore Pinna!» Una chiazza scura si stava lentamente espandendo nella gamba di Stigazzi. La fasciatura non avrebbe retto per molto.
Il Carogna risalì in macchina, oltrepassò il cancello e dopo qualche centinaio di metri si fermò. In mezzo al viale c'era il Contabile. Dietro di lui, cinque uomini puntavano un fucile nella loro direzione. Si girò verso il commissario. Ma Stigazzi, attonito, era come ipnotizzato dai cinque fucili.
«Scendete giù da quella cazzo di macchina e fatemi vedere le mani!» tuonò il Macellaio. Scesero dalla macchina.
Questo potrebbe essere il Macellaio. O il Contabile, penso Stigazzi. Non li ho mai visti in faccia. Dalla voce però... Si, è quasi sicuramente il Macellaio. Devo dire qualcosa. Devo fargli capire subito che si tratta di uno sbaglio. Che si possono fidare di me. Parlò Stigazzi: «Mi ascolti, è tutto un equivoco...» Ma non ebbe il tempo di finire. Il Macellaio estrasse la pistola con gesto fulmineo e sparò tre colpi verso il cielo.
«NON HO CHIESTO IL TUO PARERE!!» urlò il Macellaio verso Stigazzi. «Non mie ne frega un cazzo delle tue opinioni. Buttate le armi». Buttarono a terra le pistole. «Qui è arrivato uno che dice di conoscerti... Salvatore Pinna, ti dice qualcosa? Dice che ci vuoi fottere. Dice di avere delle prove. Ma stai sereno, se hai fatto il bravo ragazzo non hai niente da temere. In caso contrario... beh, in tutti questi anni ti sarai fatto un'idea di come vanno queste cose, vero?» Così dicendo il Macellaio scoppiò in un'agghiacciante risata isterica. Quella risata..., pensò Stigazzi, questo è sicuramente il Macellaio. È inconfondibile, è il suono di un coltello che raschia ripetutamente un piatto. Il telefono che il Contabile aveva dato al Macellaio squillò. Il Macellaio si allontanò di qualche passo.
«Si?»
«Ho chiamato don Luciano», gli disse il Contabile. «Non era per niente di buon umore. Ha detto di andare da lui immediatamente. Dice di andare con tre macchine: in una il Carogna e il Commissario, insieme a tre guardie, in un'altra Tore pinna insieme a due guardie, e nella terza noi due da soli. Ha detto che dobbiamo prendere strade diverse, la prima deve passare per il Largo Colombo, l'altra, quella con Tore Pinna, per la SS 145, e a noi ha detto di prendere l'asse. Ha paura che qualcuno ci possa seguire. In questo modo noi dovremmo arrivare per primi, Tore Pinna per secondo e per ultimi Stigazzi e il Carogna.»
«Ok, che faccio adesso?»
«Aspettami lì, sto arrivando, giusto il tempo di organizzare le tre macchine e la sorveglianza.»

Nella sua poltrona di pelle nera stava seduto don Luciano. Stava spesso sveglio di notte, e quella notte non faceva eccezione. Questo era un imprevisto, e gli imprevisti non piacevano a don Luciano. Davvero Stigazzi faceva il doppio gioco? Dopo tutto quello che Loro avevano fatto per lui? In ogni caso è arrivato il momento di sbarazzarmi del Carogna, non è più una persona affidabile. Aprì il cassetto della scrivania, e tirò fuori una pistola. Per tutto c'è una soluzione, pensò mentre accarezzava l'arma, al mondo tutti sono utili, nessuno è indispensabile. Eccetto me.

venerdì 24 luglio 2009

L'ultima volta [14ª PARTE]

Il Macellaio tirò fuori la pistola.
«Che scherzo è questo?»
«Non è uno scherzo», rispose risoluto Tore Pinna, «e io non sto giocando. Il commissario Stigazzi era il mio superiore, un uomo che suppongo conosciate abbastanza bene. Mi ha sempre reputato un poco di buono, poco più di un imbecille, e non si è mai preoccupato che potessi accorgermi di quello che stava succedendo. Ha da tempo preso contatto con un'organizzazione spagnola. Operano nel vostro territorio senza che voi nemmeno ve ne accorgiate. Sono riusciti a corrompere poliziotti, finanzieri, carabinieri, politici. Il gioco funziona così: Stigazzi li avverte se c'è un vostro uomo che sta trasportando su un camion della "merce interessante". Loro avvertono chi di dovere: uomini di legge corrotti fermano il camion, e arrestano il vostro uomo. Metà del contenuto del camion rimane, e va agli atti, metà viene fatto sparire in Spagna. Stigazzi ha un conto aperto in Svizzera, in cui per ogni soffiata gli viene accreditato un cinque percento del valore della merce venduta. Se pensate che stia scherzando, provate a chiedere a Stigazzi in persona. Probabilmente sarà qui a momenti. È sulle mie tracce...»
Il Macellaio e il Contabile si guardarono basiti: non avrebbero mai immaginato una situazione simile. Non sapevano cosa fare. Pinna diceva la verità? Voleva davvero avvisarli, o era lui il vero pericolo?

«Bene signor Commissario, siamo arrivati. Quella in fondo al viale è una delle macchina del Macellaio... Sono tutti qui», disse il Carogna. Si fermarono di fronte al cancello della villa del Contabile.
«Bene, e ora ricorda: Pinna vuole incastrarci tutti. È già arrivato, e avrà già messo su il suo bel teatrino. Qualsiasi cosa abbia tirato fuori per pararsi il culo, sta solo prendendo tempo, cercando prove, aspettando di avere qualcosa di concreto con cui inchiodarci. Quindi dobbiamo convincere il Contabile e il Macellaio che va fatto fuori, subito. Che è un rischio per tutti noi. E che dice solo una marea di stronzate. Chiaro?!?»
«Si, certo, signor Commissario.»
«Adesso scendi dalla macchina e fatti aprire 'sto cancello de merda.»

«Tu che dici?» chiese il Contabile al Macellaio.
«Non so, penso sia ben oltre le mie competenze», rispose il Macellaio.
«Penso che tu abbia ragione. Se tutto quello che ho appena sentito fosse vero, sarebbe l'inizio di una nuova era. Per tutti noi.»
Suonò il campanello. «Guarda lì», disse il Contabile, indicando uno dei monitor di sorveglianza. «Quello è il Carogna, e affianco a lui c'è proprio il Commissario Stigazzi. Questa storia mi piace sempre meno.»
«Ma allora cosa facciamo?» chiese il Macellaio.

martedì 9 giugno 2009

L'ultima volta [13ª PARTE]

Mezzanotte e mezza. L'inizio di un nuovo giorno. Ma per Tore Pinna la giornata non era ancora finita. Dopo circa un'ora di viaggio, giunsero a una collina in aperta campagna, molto distante dalla periferia della città, sormontata da una villa dalle dimensioni gigantesche, con tanto di giardino sconfinato che la circondava. Dev'essere la dimora del contabile, pensò Pinna. Adesso inizia il gioco. Ho un grosso affare da proporre al Contabile. Ma non sono i camion che trasportano alluminio. E tanto meno è un affare da 10 milioni di euro. A dire il vero è un affare da 50, forse 100 milioni di euro. Forse anche di più. In gioco c'era la sua vita. Il tempo per recitare era finito. Il sipario si chiuse nel momento in cui arrivarono alla villa del Contabile, e si riaprì nel momento in cui venne aperto il grosso cancello in ferro battuto. Dopo aver recitato, gli attori si tolgono la maschera e si presentano. Fanno un inchino al pubblico. E raccolgono gli applausi... se lo spettacolo è piaciuto, si intende.
Per Tore Pinna era arrivato il momento di togliere il suo asso dalla manica. E doveva far presto, perché qualcosa gli diceva che il Commissario Stigazzi e il Carogna sarebbero giunti lì a breve.

Si accomodarono in un salotto lussuosissimo: pavimenti in marmo, colonne sparse qua e là, e un'infinità di statue e dipinti di vario genere gli conferivano un'aria solenne e maestosa.
Da una porta laterale uscì il Contabile. Pinna lo vide. Constatò che avrebbe dovuto avere una sessantina d'anni. Era alto e magro, e, nonostante fosse in vestaglia da notte, aveva un portamento fiero ed elegante, che gli suscitò stupore e al contempo ammirazione.
«A cosa devo l'onore di una visita a quest'ora della notte?» chiese il Contabile. «Spero che sia una questione di vita o di morte.»
Il Contabile era stranamente calmo. Il Macellaio tirò un sospiro di sollievo. L'ultima volta che era successo un affare del genere risaliva a qualche anno prima. Un francese aveva da sbrigare un affare importante: un carico da un milione e mezzo di euro era bloccato al porto. La guardia di Finanza aveva iniziato a perquisire la nave merci. Roba di un'ora al massimo, e avrebbero trovato la cocaina nascosta dentro gli orsacchiotti di peluche. Il carico portato dal francese era destinato all'organizzazione di don Luciano. Subito era stato avvisato il Carogna, che aveva provveduto a contattare il Macellaio. Quest'ultimo aveva contattato il Contabile: c'era da muovere molte pedine, e il Contabile era il solo (dopo don Luciano, si intende) ad avere le carte in regola per bloccare la perquisizione prima che trovassero la droga. Dopo avergli telefonato, il Macellaio si era diretto, insieme al francese, presso la villa del Contabile. Il Contabile non aveva gradito di essere stato svegliato. Era andato su tutte le furie. Aveva freddato il francese con tre colpi alla testa. Il Macellaio era rimasto basito. Era uscito dalla villa, temendo che quel pazzo se la prendesse anche con lui. L'affare era andato male. I finanzieri avevano trovato la droga. L'organizzazione di don Luciano aveva perso un milione e mezzo di euro, e se l'era vista brutta: per poco non riuscirono ad incastrarli. Don Luciano però aveva mantenuto la calma, e non aveva osato dire niente al Contabile. A tutti era sembrato molto strano. Se qualsiasi altro membro dell'organizzazione avesse commesso l'errore del Contabile, sarebbe stato scannato vivo. Ma il Contabile... lui godeva di molti privilegi. Più di chiunque altro, dopo don Luciano.
«Chiedo scusa per l'ora», proferì il Macellaio, «ma qui sembra esserci un affare molto importante. Questo gentleman al mio fianco è il dottor Massimiliano Cadeddu. Ha dei camion fermi, che non può spostare. Trasportano merce per una cifra di 10 milioni di euro.»
Tore Pinna porse la mano al Contabile, che gliela strinse energicamente.

«Ma porca di quella troia che t'ha messo al mondo!» esclamò Stigazzi. «Ma 'ndo cazzo stiamo andando? È da quasi un'ora che siamo in viaggio!»
«Scusi signor Commissario», rispose il Carogna, «ma siamo quasi arrivati... roba di minuti.»
«E stigazzi!! Accelera!! Schiaccia quel dannatissimo acceleratore! Non c'è tempo da perdere! Quello stronzo di Pinna sarà già arrivato... Supposto che si siano diretti dove hai detto tu.»
«Si, signor Commissario.»
Il Macellaio accelerò. Roba di minuti, aveva detto. Stigazzi cominciò a sudare freddo. Dio solo sa cosa ha in mente quello stronzo di Pinna, pensò preoccupato.

«Buonasera, il mio nome è Salvatore Pinna.»
Nella stanza sembrò che la temperatura fosse scesa di almeno una decina di gradi.
«Il mio nome è Salvatore Pinna», continuò Tore Pinna, «e sono un appuntato.»
Il Macellaio fece un passo indietro e appoggiò la mano sulla pistola.
«Ho mentito. Non c'è nessun camion, e non c'è nessun affare da 10 milioni di euro. L'affare, invece, è da almeno 50 milioni di euro. In questi ultimi cinque anni so che avete perso molti soldi. Molti dei vostri carichi di droga e di armi sono stati inspiegabilmente intercettati. Avete sicuramente pensato che potesse esserci una spia all'interno dell'organizzazione. Avete fatto fuori qualche disgraziato, ma i carichi continuavano ad essere intercettati. E voi continuavate a perdere soldi. Io so chi vi ha tradito, e so dove sono finiti quei soldi. Lo so perché sono dieci anni che lavoro fianco a fianco con l'uomo a cui state dando la caccia.»

sabato 23 maggio 2009

L'ultima volta [12ª PARTE]

Portaci dal Contabile furono le uniche parole proferite dal Macellaio dopo che salì in macchina. L'autista, un tipo grosso con una brutta cicatrice sulla guancia, annuì senza aprire bocca. Pinna stava seduto accanto al Macellaio. Due piccioni con una fava, pensò avendo cura di non tradire nessuna emozione.
La macchina correva nelle strade strette della città. Pinna guardò distrattamente l'orologio: ore undici e venticinque minuti.

«Dove?!» urlò Stigazzi. «Dove cazzo è andato quel fijo de 'na mignotta!?»
«È un affare grosso», bofonchiò il Carogna, «e quando si tratta di affari del genere, è il Contabile che decide. Investimenti, prestiti, riciclaggio di denaro...»
«E quindi? Dici che si sono diretti dal Contabile? Allora chiamalo! Avvertilo! Forza!»
«Commissario... io non ho mai preso contatti diretti col Contabile. Il mio compito è quello di passare tutti gli affari importanti al Macellaio... E basta. Mi fermo qui. Faccio quello che mi dicono...»
«Ecco, bravo, allora fai quello che ti dico io: vuoi ritrovarti con una pallottola nel cervello? Perché è questo che ti succederà quando si verrà a sapere che sei stato tu a indirizzare quel rotto in culo di Pinna verso i vertici dell'Organizzazione. E se per sbaglio quel fottuto bastardo riuscisse a raccogliere qualche prova? Se non fosse da solo? Ti rendi conto che saresti tu il responsabile? Sei tu che l'hai mandato dal Macellaio...»
Il Carogna rimase basito. Le rughe sul suo volto sottolineavano i tanti anni passati, e i pochi che probabilmente gli rimanevano. Era messo male, lo sapeva benissimo. Il fegato... Cirrosi, gli avevano detto. Forse qualche anno ancora, per essere ottimisti. Qualche anno che voleva ancora viversi. Doveva avvisare i vertici, in qualche modo. Il Contabile... Sapeva dove viveva. Arrivare lì in piena notte... Non era una buona soluzione, lo riconosceva. Però era l'unica soluzione.
«Andiamo dal Contabile. So dove vive. Se si sono diretti lì, li troveremo. In caso contrario, lui saprà cosa fare. Dobbiamo sperare che oggi sia di buon umore. Conosco alcune storie sul suo conto che farebbero rabbrividire chiunque...»
«Bene», rispose Stigazzi, «allora muoviamoci. Quanto dista da qui?»
«Beh... a occhio e croce saranno un'ora e mezza di macchina.»

Erano già passati tre quarti d'ora da quando erano partiti. Pinna non aveva la più pallida idea di quanto tempo ancora sarebbe dovuto rimanere in silenzio in quella macchina. Silenzio che non intendeva rompere. Tempo. Per pensare. Un'idea... Cristo! Ora mi serve un'idea. Il pubblico è in silenzio... e ascolta. Tra poco dovrò dire la battuta di chiusura. E, se sbaglio, non avrò una seconda possibilità.

venerdì 24 aprile 2009

L'ultima volta [11ª PARTE]

«Commissario, cosa facciamo?» chiese spaventato il Carogna
«Anvedi 'sto pezzo de merda... che ci ha staccato il telefono...» sbottò furioso Stigazzi. «Adesso facciamo come dico io: prendi la tua cazzo di macchina, che io sono venuto in taxi, usciamo da questo posto di merda in cui non prendono neanche i cellulari, e avvertiamo subito il Macellaio. Sarà un gioco da ragazzi.»
Certo, lo sarebbe stato, se quel giorno, per ironia della sorte, il Macellaio non avesse staccato il cellulare dopo la chiamata del Carogna (aveva paura di essere intercettato, e la prudenza non è mai troppa).
I due montarono in macchina, e non appena furono fuori dall'isolato, riniziarono a comparire le tacchette nei cellulari.
«Dai, muoviti, chiama il Macellaio e spiegagli tutto!» ordinò Stigazzi, sputacchiando qua e là.
Il Carogna compose il numero...
«Commissario... il Macellaio ha staccato il cellulare.»
I due si guardarono allibiti.
«Forza, forza! Non perdiamo tempo! Dov'è che si dovevano incontrare?!?»

Tempo. Aveva bisogno di tempo. E di un'idea. Un'idea per guadagnare tempo... I due erano già sulle sue tracce. Forse avevano già avvisato il Macellaio... O forse no. Era un rischio grosso, e lo sapeva.
Speriamo che la buona sorte mi aiuti, pensò dubbioso Tore Pinna.
Pensiamo per un attimo che non riescano a chiamarlo. In tal caso potrei avere ancora qualche possibilità di riuscire a compiere il mio piano impossibile... In tal caso cercherebbero di arrivare il prima possibile all'appuntamento. Potrei avere grossomodo cinque minuti di anticipo rispetto a loro. Forse anche meno.
Gli stava venendo un gran mal di testa. Ma non era quello, ora, il suo problema principale. Di lì a pochi secondi avrebbe incontrato il Macellaio. Se fossero riusciti ad avvisarlo, probabilmente non avrebbe avuto neanche il tempo di scendere dalla macchina. In caso contrario...

Pinna arrivò al luogo d'incontro prestabilito, e scese dalla macchina. Angolo tra via Aldo Moro e via Rossini. Ora capiva perché fosse stato scelto proprio quel posto. Era nei "quartieri bassi", in periferia. Proprio a due passi dalla cantina che avevano ispezionato con Stigazzi qualche ora prima, ma sembrava fossero passati giorni, se non mesi. Era acqua passata. I lampioni erano accesi, e proiettavano una forte luce bianca. Era come accecato da quella luce. Come in un palcoscenico, dove l'attore recita, e non vede il pubblico... E il pubblico, invece, lo vede benissimo. Così si sentiva Pinna, come se lo stessero osservando, dall'alto delle tribune, in silenzio, in attesa della sua messa in scena. Cercò di tenere i nervi sotto controllo. Subito dopo che fu sceso dalla macchina, gli si accostò una berlina grigio perla, coi vetri oscurati. Una macchina di classe, senza ombra di dubbio. Lo sportello posteriore destro si aprì, e scese un uomo in abito scuro, alto, dal portamento elegante.
«Buongiorno, dottor Cadeddu», lo salutò una voce bassa e cupa.
«Suppongo che lei sia il mio contatto», rispose Pinna, con voce sicura. C'era da recitare. E da recitare bene. Altrimenti, il pubblico non avrebbe gradito. E lo spettacolo sarebbe terminato prima del tempo.
«So che si tratta di una questione delicata, se vuole salire in macchina, potremmo parlarne nel mio ufficio», disse il Macellaio.
«Mi sembra un'ottima idea», rispose Pinna.
Ok, via da qui. Il più presto possibile. Se non sono ancora morto, vuol dire che Stigazzi e il Carogna non sono riusciti ad avvisare il Macellaio. Quindi stanno arrivando.
Pinna chiuse la macchina e salì in quella del Macellaio.
«Lo spettacolo ha inizio», pensò. Venne scosso da un brivido lungo la spina dorsale.

«Commissario, questa è la macchina di Cadeddu...» disse a bassa voce il Carogna.
«Maledizione! Si son spostati. E comunque si chiama Tore Pinna, il bastardo figlio di puttana!»
«E adesso... cosa facciamo?» chiese il Carogna.
«Hai idea di dove possano essere diretti?»
«Forse. Forse un'idea ce l'avrei», rispose il Carogna con ghigno beffardo.

domenica 5 aprile 2009

L'ultima volta [10ª PARTE]

Il Macellaio era un uomo senza scrupoli. Giacca e cravatta, portamento elegante, tono di voce basso e profondo. Poteva sembrare proprio una brava persona a chi non avesse la benché minima idea dei suoi "lavori privati". Era fra le vette più alte nella gerarchia del "gruppo". Si occupava in prima persona di tutti gli affari più delicati, dalle trattative con i clienti più importanti, al far sparire prove e testimoni pericolosi. Si raccontavano tante storie su di lui. Si diceva che fosse stato lui in persona a occuparsi dell'Onorevole Mario de Sanctis, un importante politico, accusato di non aver pagato il conto a don Luciano. Era una storia di dieci anni prima. De Sanctis, prima di conoscere don Luciano, non era nessuno. Un sindacalista fallito, che stentava ad arrivare a fine mese tra qualche favore fatto alla persona giusta e qualche bustarella presa qua e là. Poi aveva incontrato don Luciano... Non direttamente, si intende. Avevano trovato un accordo: lui sarebbe entrato in politica, don Luciano gli avrebbe finanziato la campagna elettorale. Per qualche mese i muri della città erano stati tappezzati coi suoi manifesti: "Per una città nuova", "Per un posto più giusto", "Per una nuova rinascita", erano solo alcuni dei suoi slogan elettorali. Sarebbe stato eletto sindaco, e avrebbe dovuto far approvare alcuni piani urbanistici che servivano alle imprese di don Luciano.
Però le cose non erano andate così. Dopo esser stato eletto, de Sanctis aveva rilasciato un'intervista in cui dichiarava di essere vittima di un ricatto, e di aver bisogno di protezione. Diceva di aver ricevuto intimidazioni, da parte di un'associazione di stampo mafioso. Il giorno dopo gli uomini di don Luciano, comandati dal Macellaio, avevano fatto irruzione a casa sua. Dopo aver fatto fuori gli uomini della scorta, lo avevano rapito insieme alla moglie e ai figli. Si racconta che il Macellaio avesse chiesto di rimanere solo con lui. In un vecchio capannone abbandonato, ai bordi della città, il Macellaio aveva sparato prima ai suoi due figli, di 8 e 10 anni, e poi alla moglie. Quindi l'aveva lasciato con i tre cadaveri per tre giorni a marcire nel capannone, senza pane e senza acqua. Dopo tre giorni il Macellaio era tornato. Non si sa bene cosa realmente fosse successo. Si sa solo che dopo alcune ore di urla strazianti, gli uomini di guardia trovarono il corpo di de Sanctis terribilmente mutilato.
Dal giorno la notizia si diffuse a macchia d'olio, crebbe terribilmente la popolarità di don Luciano e sempre più persone avevano terrore di lui e dei suoi uomini.

Il commissario Stigazzi bussò rumorosamente alla porta della stamberga in cui viveva il Carogna. Il taxi con cui era arrivato si era già allontanato.
«Carogna!!», urlò Stigazzi, «Apri questa stramaledetta porta di merdaa!!»
«Chi è?» si sentì da dentro la casa.
«Chi cazzo è? Indovina indovinello? E dajeeeee!»
«Ah Commissario, è lei? Mi scusi», il Carogna aprì la porta, «ma pensavo fosse il signore di prima.»
Stigazzi era fuori di se. «Chi? Chi è arrivato prima?»
«Non so... un tipo... strano... ha detto di chiamarsi... Massimiliano... Cadeddu... mi pare...»
«Era sardo?» disse Stigazzi, mentre il sangue gli si raggelava nelle vene.
«Si! Beh, l'accento non lasciava dubbi. Perché Commissario? C'è qualche problema?»
«Cosa ti ha detto?»
«Niente, parlava di un affare», disse a bassa voce il Carogna, «un affare grosso... Io ho seguito "il manuale", l'ho messo in contatto col Macellaio. Lui deciderà cosa fare... Funziona così, giusto?»
Stigazzi impallidì. Era arrivato in ritardo. Forse Pinna stava già parlando col Macellaio. Cosa gli avrebbe detto?
«Allora, ascoltami bene: quello è un bastardo! Ok? Si chiama Tore Pinna, è un mio collega, vuole fotterci tutti, capito? Sicuramente non è da solo, ci deve essere qualcuno che gli copre le spalle... Ha scoperto alcune cose sul mio conto... sul nostro conto... Vuole fotterci. Capito? Vuole fotterci!! Dobbiamo subito avvisare il Macellaio che potrebbe trattarsi di un'imboscata... Io lo so... che è così... son venuto per dare l'allarme... È un affare molto delicato.»
«E quindi? Cosa facciamo adesso?» Il Carogna aveva un gran mal di testa. Tutta quella faccenda non gli piaceva per niente. Non ci aveva capito molto... Aveva solo capito che probabilmente si era fatto fottere da uno sbirro. E che adesso era nella merda fino al collo.
«Facciamo così», sentenziò Stigazzi, «adesso tu chiami il Macellaio, e gli dici che i lupi sono arrivati nell'ovile, va bene?»
Era un vecchio codice che serviva per comunicare che era in atto un'imboscata.
«Il Macellaio capirà, e, dopo aver chiesto rinforzi, si sbarazzerà di Pinna e della sua eventuale scorta.»
A Stigazzi era tornato il sorriso... O perlomeno quel ghigno beffardo che più che un sorriso sembrava una smorfia. Bene bene bene, pensò Stigazzi, forse riusciamo a risolvere tutto nel giro di un paio d'ore... Pinna imparerà che non si gioca col fuoco...
Il Carogna sollevò la cornetta del telefono. Muto. Capitava spesso che in quella zona ci fossero dei disservizi... O forse qualcuno aveva tagliato la linea.
«Commissario, il telefono non funziona.»
«E stigazziiii!! Usa il cellulare!» rispose a tono Stigazzi.
«Commissario, in questa zona il cellulare non prende.»
Stigazzi smise di sorridere e iniziò realmente ad aver paura.

La prima cosa che avrebbero fatto sarebbe stata chiamare il Macellaio. Pinna questo lo sapeva, e sapeva anche che lì i cellulari non prendevano. Inoltre la centralina della Telecom era a 500 metri dalla casa del Carogna. C'era solo una cosa da fare.
In qualche minuto mise fuori uso le linee dell'intero isolato. Bene, aveva guadagnato un po' di tempo in più. Tempo prezioso. Ora doveva correre verso il luogo d'incontro prestabilito. Avrebbe incontrato il Macellaio.
Il motore aumentò di giri.

lunedì 30 marzo 2009

L'ultima volta [9ª PARTE]

«Ma chi minchia è a quest'ora?» imprecò il Carogna, alzandosi di scatto dalla sedia e rovesciando il bicchiere di whiskey sul tavolo. Prese il fucile, tolse la sicura, e aprì la porta.

Me l'aspettavo, pensò Pinna, senza perdere la calma. «Buonasera, mi scuso per l'ora, ma avrei un affare urgente da sbrigare. Non ho armi addosso e sono da solo. Se può abbassare quel fucile, magari si potrebbe fare una chiacchierata da persone civili...»
Il Carogna, dopo essersi accertato della veridicità delle affermazioni di Pinna, mise il fucile da parte e lo fece entrare.
«Dunque, innanzitutto mi presento. Mi chiamo Massimiliano Cadeddu. Sono appena arrivato dalla Sardegna per cercare di risolvere un problema...»
Gli sarebbe piaciuto poter fingere di non essere sardo, ma il suo accento glielo impediva. Se Stigazzi avesse parlato col Carogna... meglio non pensarci, per ora.
«
La situazione ci è sfuggita un po' di mano. Hanno intercettato uno dei nostri camion che trasportavano alluminio... Chiaramente non c'era solo alluminio. Ora il rischio è che perquisiscano anche gli altri. I camion sono parcheggiati in un piazzale poco distante da qui. Si parla di un affare da 10 milioni di euro... Non proprio spiccioli, insomma. La ditta che usavamo come copertura è al momento sotto sequestro preventivo... Poco male per quello, visto che abbiamo fatto sparire le prove. Però mancano all'appello i 15 camion. Le autorità li stanno cercando.»
Il Carogna ascoltava con attenzione, aggrottando la fronte ogni tanto. Accese uno dei suoi sigari cubani e iniziò ad aspirare nervosamente a grosse boccate.
«Non abbiamo mai avuto rapporti diretti con voi. Però sappiamo che questo è il vostro territorio, e se vogliamo far arrivare al più presto i camion a destinazione, forse voi potreste darci una mano.»
Pinna sapeva che il Carogna non era autorizzato a prendere simili decisioni, e sapeva anche che ogni tanto gli toccava ricevere visite di quelli che sarebbero diventati i futuri clienti.
«C'è un unico problema: la merce deve arrivare entro stanotte a destinazione. Stanno per scoprire dove si trovano i camion, è solo questione di ore.»
Bene. un affare da dieci milioni di dollari. Da risolvere al più presto possibile. Il Carogna era stato ben addestrato ad affrontare situazioni simili: doveva solo contattare il Macellaio. Poi avrebbe potuto riniziare a bere il suo whiskey.
«Va bene. Aspettate un attimo», borbottò il Carogna, e andò in un'altra stanza. Dopo poco più di un minuto fece ritorno.
«Fatevi trovare all'angolo tra via Aldo Moro e via Rossini. Sapete dove si trova?»
«Userò il navigatore»
«Bene, allora arrivederci», grugnì il Carogna.
«Arrivederci», gli rispose Pinna. Uscì dalla casa, salì in macchina e partì verso il luogo d'incontro prestabilito. Il loro colloquio non era durato neanche dieci minuti. Appena uscito dalla strada bianca che portava alla casa del Carogna, imboccò la provinciale. Lì incrociò un taxi. Dentro il taxi intravide il commissario Stigazzi intento a fare una telefonata.
«Non mi ha visto. Grazie a dio, non mi ha visto», pensò Pinna, sudando freddo e premendo più a fondo l'acceleratore.