venerdì 24 aprile 2009

L'ultima volta [11ª PARTE]

«Commissario, cosa facciamo?» chiese spaventato il Carogna
«Anvedi 'sto pezzo de merda... che ci ha staccato il telefono...» sbottò furioso Stigazzi. «Adesso facciamo come dico io: prendi la tua cazzo di macchina, che io sono venuto in taxi, usciamo da questo posto di merda in cui non prendono neanche i cellulari, e avvertiamo subito il Macellaio. Sarà un gioco da ragazzi.»
Certo, lo sarebbe stato, se quel giorno, per ironia della sorte, il Macellaio non avesse staccato il cellulare dopo la chiamata del Carogna (aveva paura di essere intercettato, e la prudenza non è mai troppa).
I due montarono in macchina, e non appena furono fuori dall'isolato, riniziarono a comparire le tacchette nei cellulari.
«Dai, muoviti, chiama il Macellaio e spiegagli tutto!» ordinò Stigazzi, sputacchiando qua e là.
Il Carogna compose il numero...
«Commissario... il Macellaio ha staccato il cellulare.»
I due si guardarono allibiti.
«Forza, forza! Non perdiamo tempo! Dov'è che si dovevano incontrare?!?»

Tempo. Aveva bisogno di tempo. E di un'idea. Un'idea per guadagnare tempo... I due erano già sulle sue tracce. Forse avevano già avvisato il Macellaio... O forse no. Era un rischio grosso, e lo sapeva.
Speriamo che la buona sorte mi aiuti, pensò dubbioso Tore Pinna.
Pensiamo per un attimo che non riescano a chiamarlo. In tal caso potrei avere ancora qualche possibilità di riuscire a compiere il mio piano impossibile... In tal caso cercherebbero di arrivare il prima possibile all'appuntamento. Potrei avere grossomodo cinque minuti di anticipo rispetto a loro. Forse anche meno.
Gli stava venendo un gran mal di testa. Ma non era quello, ora, il suo problema principale. Di lì a pochi secondi avrebbe incontrato il Macellaio. Se fossero riusciti ad avvisarlo, probabilmente non avrebbe avuto neanche il tempo di scendere dalla macchina. In caso contrario...

Pinna arrivò al luogo d'incontro prestabilito, e scese dalla macchina. Angolo tra via Aldo Moro e via Rossini. Ora capiva perché fosse stato scelto proprio quel posto. Era nei "quartieri bassi", in periferia. Proprio a due passi dalla cantina che avevano ispezionato con Stigazzi qualche ora prima, ma sembrava fossero passati giorni, se non mesi. Era acqua passata. I lampioni erano accesi, e proiettavano una forte luce bianca. Era come accecato da quella luce. Come in un palcoscenico, dove l'attore recita, e non vede il pubblico... E il pubblico, invece, lo vede benissimo. Così si sentiva Pinna, come se lo stessero osservando, dall'alto delle tribune, in silenzio, in attesa della sua messa in scena. Cercò di tenere i nervi sotto controllo. Subito dopo che fu sceso dalla macchina, gli si accostò una berlina grigio perla, coi vetri oscurati. Una macchina di classe, senza ombra di dubbio. Lo sportello posteriore destro si aprì, e scese un uomo in abito scuro, alto, dal portamento elegante.
«Buongiorno, dottor Cadeddu», lo salutò una voce bassa e cupa.
«Suppongo che lei sia il mio contatto», rispose Pinna, con voce sicura. C'era da recitare. E da recitare bene. Altrimenti, il pubblico non avrebbe gradito. E lo spettacolo sarebbe terminato prima del tempo.
«So che si tratta di una questione delicata, se vuole salire in macchina, potremmo parlarne nel mio ufficio», disse il Macellaio.
«Mi sembra un'ottima idea», rispose Pinna.
Ok, via da qui. Il più presto possibile. Se non sono ancora morto, vuol dire che Stigazzi e il Carogna non sono riusciti ad avvisare il Macellaio. Quindi stanno arrivando.
Pinna chiuse la macchina e salì in quella del Macellaio.
«Lo spettacolo ha inizio», pensò. Venne scosso da un brivido lungo la spina dorsale.

«Commissario, questa è la macchina di Cadeddu...» disse a bassa voce il Carogna.
«Maledizione! Si son spostati. E comunque si chiama Tore Pinna, il bastardo figlio di puttana!»
«E adesso... cosa facciamo?» chiese il Carogna.
«Hai idea di dove possano essere diretti?»
«Forse. Forse un'idea ce l'avrei», rispose il Carogna con ghigno beffardo.

domenica 5 aprile 2009

L'ultima volta [10ª PARTE]

Il Macellaio era un uomo senza scrupoli. Giacca e cravatta, portamento elegante, tono di voce basso e profondo. Poteva sembrare proprio una brava persona a chi non avesse la benché minima idea dei suoi "lavori privati". Era fra le vette più alte nella gerarchia del "gruppo". Si occupava in prima persona di tutti gli affari più delicati, dalle trattative con i clienti più importanti, al far sparire prove e testimoni pericolosi. Si raccontavano tante storie su di lui. Si diceva che fosse stato lui in persona a occuparsi dell'Onorevole Mario de Sanctis, un importante politico, accusato di non aver pagato il conto a don Luciano. Era una storia di dieci anni prima. De Sanctis, prima di conoscere don Luciano, non era nessuno. Un sindacalista fallito, che stentava ad arrivare a fine mese tra qualche favore fatto alla persona giusta e qualche bustarella presa qua e là. Poi aveva incontrato don Luciano... Non direttamente, si intende. Avevano trovato un accordo: lui sarebbe entrato in politica, don Luciano gli avrebbe finanziato la campagna elettorale. Per qualche mese i muri della città erano stati tappezzati coi suoi manifesti: "Per una città nuova", "Per un posto più giusto", "Per una nuova rinascita", erano solo alcuni dei suoi slogan elettorali. Sarebbe stato eletto sindaco, e avrebbe dovuto far approvare alcuni piani urbanistici che servivano alle imprese di don Luciano.
Però le cose non erano andate così. Dopo esser stato eletto, de Sanctis aveva rilasciato un'intervista in cui dichiarava di essere vittima di un ricatto, e di aver bisogno di protezione. Diceva di aver ricevuto intimidazioni, da parte di un'associazione di stampo mafioso. Il giorno dopo gli uomini di don Luciano, comandati dal Macellaio, avevano fatto irruzione a casa sua. Dopo aver fatto fuori gli uomini della scorta, lo avevano rapito insieme alla moglie e ai figli. Si racconta che il Macellaio avesse chiesto di rimanere solo con lui. In un vecchio capannone abbandonato, ai bordi della città, il Macellaio aveva sparato prima ai suoi due figli, di 8 e 10 anni, e poi alla moglie. Quindi l'aveva lasciato con i tre cadaveri per tre giorni a marcire nel capannone, senza pane e senza acqua. Dopo tre giorni il Macellaio era tornato. Non si sa bene cosa realmente fosse successo. Si sa solo che dopo alcune ore di urla strazianti, gli uomini di guardia trovarono il corpo di de Sanctis terribilmente mutilato.
Dal giorno la notizia si diffuse a macchia d'olio, crebbe terribilmente la popolarità di don Luciano e sempre più persone avevano terrore di lui e dei suoi uomini.

Il commissario Stigazzi bussò rumorosamente alla porta della stamberga in cui viveva il Carogna. Il taxi con cui era arrivato si era già allontanato.
«Carogna!!», urlò Stigazzi, «Apri questa stramaledetta porta di merdaa!!»
«Chi è?» si sentì da dentro la casa.
«Chi cazzo è? Indovina indovinello? E dajeeeee!»
«Ah Commissario, è lei? Mi scusi», il Carogna aprì la porta, «ma pensavo fosse il signore di prima.»
Stigazzi era fuori di se. «Chi? Chi è arrivato prima?»
«Non so... un tipo... strano... ha detto di chiamarsi... Massimiliano... Cadeddu... mi pare...»
«Era sardo?» disse Stigazzi, mentre il sangue gli si raggelava nelle vene.
«Si! Beh, l'accento non lasciava dubbi. Perché Commissario? C'è qualche problema?»
«Cosa ti ha detto?»
«Niente, parlava di un affare», disse a bassa voce il Carogna, «un affare grosso... Io ho seguito "il manuale", l'ho messo in contatto col Macellaio. Lui deciderà cosa fare... Funziona così, giusto?»
Stigazzi impallidì. Era arrivato in ritardo. Forse Pinna stava già parlando col Macellaio. Cosa gli avrebbe detto?
«Allora, ascoltami bene: quello è un bastardo! Ok? Si chiama Tore Pinna, è un mio collega, vuole fotterci tutti, capito? Sicuramente non è da solo, ci deve essere qualcuno che gli copre le spalle... Ha scoperto alcune cose sul mio conto... sul nostro conto... Vuole fotterci. Capito? Vuole fotterci!! Dobbiamo subito avvisare il Macellaio che potrebbe trattarsi di un'imboscata... Io lo so... che è così... son venuto per dare l'allarme... È un affare molto delicato.»
«E quindi? Cosa facciamo adesso?» Il Carogna aveva un gran mal di testa. Tutta quella faccenda non gli piaceva per niente. Non ci aveva capito molto... Aveva solo capito che probabilmente si era fatto fottere da uno sbirro. E che adesso era nella merda fino al collo.
«Facciamo così», sentenziò Stigazzi, «adesso tu chiami il Macellaio, e gli dici che i lupi sono arrivati nell'ovile, va bene?»
Era un vecchio codice che serviva per comunicare che era in atto un'imboscata.
«Il Macellaio capirà, e, dopo aver chiesto rinforzi, si sbarazzerà di Pinna e della sua eventuale scorta.»
A Stigazzi era tornato il sorriso... O perlomeno quel ghigno beffardo che più che un sorriso sembrava una smorfia. Bene bene bene, pensò Stigazzi, forse riusciamo a risolvere tutto nel giro di un paio d'ore... Pinna imparerà che non si gioca col fuoco...
Il Carogna sollevò la cornetta del telefono. Muto. Capitava spesso che in quella zona ci fossero dei disservizi... O forse qualcuno aveva tagliato la linea.
«Commissario, il telefono non funziona.»
«E stigazziiii!! Usa il cellulare!» rispose a tono Stigazzi.
«Commissario, in questa zona il cellulare non prende.»
Stigazzi smise di sorridere e iniziò realmente ad aver paura.

La prima cosa che avrebbero fatto sarebbe stata chiamare il Macellaio. Pinna questo lo sapeva, e sapeva anche che lì i cellulari non prendevano. Inoltre la centralina della Telecom era a 500 metri dalla casa del Carogna. C'era solo una cosa da fare.
In qualche minuto mise fuori uso le linee dell'intero isolato. Bene, aveva guadagnato un po' di tempo in più. Tempo prezioso. Ora doveva correre verso il luogo d'incontro prestabilito. Avrebbe incontrato il Macellaio.
Il motore aumentò di giri.

lunedì 30 marzo 2009

L'ultima volta [9ª PARTE]

«Ma chi minchia è a quest'ora?» imprecò il Carogna, alzandosi di scatto dalla sedia e rovesciando il bicchiere di whiskey sul tavolo. Prese il fucile, tolse la sicura, e aprì la porta.

Me l'aspettavo, pensò Pinna, senza perdere la calma. «Buonasera, mi scuso per l'ora, ma avrei un affare urgente da sbrigare. Non ho armi addosso e sono da solo. Se può abbassare quel fucile, magari si potrebbe fare una chiacchierata da persone civili...»
Il Carogna, dopo essersi accertato della veridicità delle affermazioni di Pinna, mise il fucile da parte e lo fece entrare.
«Dunque, innanzitutto mi presento. Mi chiamo Massimiliano Cadeddu. Sono appena arrivato dalla Sardegna per cercare di risolvere un problema...»
Gli sarebbe piaciuto poter fingere di non essere sardo, ma il suo accento glielo impediva. Se Stigazzi avesse parlato col Carogna... meglio non pensarci, per ora.
«
La situazione ci è sfuggita un po' di mano. Hanno intercettato uno dei nostri camion che trasportavano alluminio... Chiaramente non c'era solo alluminio. Ora il rischio è che perquisiscano anche gli altri. I camion sono parcheggiati in un piazzale poco distante da qui. Si parla di un affare da 10 milioni di euro... Non proprio spiccioli, insomma. La ditta che usavamo come copertura è al momento sotto sequestro preventivo... Poco male per quello, visto che abbiamo fatto sparire le prove. Però mancano all'appello i 15 camion. Le autorità li stanno cercando.»
Il Carogna ascoltava con attenzione, aggrottando la fronte ogni tanto. Accese uno dei suoi sigari cubani e iniziò ad aspirare nervosamente a grosse boccate.
«Non abbiamo mai avuto rapporti diretti con voi. Però sappiamo che questo è il vostro territorio, e se vogliamo far arrivare al più presto i camion a destinazione, forse voi potreste darci una mano.»
Pinna sapeva che il Carogna non era autorizzato a prendere simili decisioni, e sapeva anche che ogni tanto gli toccava ricevere visite di quelli che sarebbero diventati i futuri clienti.
«C'è un unico problema: la merce deve arrivare entro stanotte a destinazione. Stanno per scoprire dove si trovano i camion, è solo questione di ore.»
Bene. un affare da dieci milioni di dollari. Da risolvere al più presto possibile. Il Carogna era stato ben addestrato ad affrontare situazioni simili: doveva solo contattare il Macellaio. Poi avrebbe potuto riniziare a bere il suo whiskey.
«Va bene. Aspettate un attimo», borbottò il Carogna, e andò in un'altra stanza. Dopo poco più di un minuto fece ritorno.
«Fatevi trovare all'angolo tra via Aldo Moro e via Rossini. Sapete dove si trova?»
«Userò il navigatore»
«Bene, allora arrivederci», grugnì il Carogna.
«Arrivederci», gli rispose Pinna. Uscì dalla casa, salì in macchina e partì verso il luogo d'incontro prestabilito. Il loro colloquio non era durato neanche dieci minuti. Appena uscito dalla strada bianca che portava alla casa del Carogna, imboccò la provinciale. Lì incrociò un taxi. Dentro il taxi intravide il commissario Stigazzi intento a fare una telefonata.
«Non mi ha visto. Grazie a dio, non mi ha visto», pensò Pinna, sudando freddo e premendo più a fondo l'acceleratore.

venerdì 20 marzo 2009

L'ultima volta [8ª PARTE]

Il Carogna non aveva una vita sociale, né aveva mai desiderato averla. Era solitario e misantropo, odiava tutto e tutti, e se poteva evitava di uscire di casa per giorni e giorni. Burbero, di poche parole, con addosso la solita tuta blu da meccanico sporca di grasso. La folta barba nera incolta e i capelli lunghi oleosi raccolti in una specie di coda gli conferivano un'aria davvero trasandata.
Era un bravo esecutore di ordini, e per questo piaceva molto a don Luciano, col quale, però, non aveva rapporti diretti. Era il Macellaio a occuparsi di tutto. Gli diceva cosa fare, come farlo, dove farlo. E il Carogna eseguiva, lento ma preciso, senza sbagliare e senza mettersi alcun tipo di problema morale. Era un sempliciotto, non abituato a prendere decisioni, e questo Pinna lo sapeva.

Pinna si era procurato dei vestiti nuovi. Era quasi irriconoscibile, agghindato così: abito scuro, mocassini in pelle, giaccone in kashmir. E un nuovo portamento, elegante, riservato. Sembrava proprio uno di loro. Aveva noleggiato una berlina Mercedes, nera, lucidata a puntino, con i vetri oscurati e gli interni in pelle. Si, sembrava decisamente uno di loro. Però aveva già perso troppo tempo...
Era ormai arrivato all'estrema periferia della città, dove si intravedevano collinette e prati verdi. Lì avrebbe trovato il Carogna. Ma doveva fare molto in fretta, Stigazzi era già sulle sue tracce.

Stigazzi continuava a rimuginare. Cosa aveva intenzione di fare Pinna? Stava davvero cercando di arrivare a don Luciano? Oppure semplicemente erano tutte congetture? Magari era già in aeroporto... pronto a fuggire come un vigliacco. Si, un vigliacco. Un lurido vigliacco fijo de 'na mignotta. E se non fosse stato un vigliacco? Se anziché fuggire, consapevole del fatto che prima o poi l'avrebbero preso, avesse davvero tentato di arrivare a don Luciano? Pinna sapeva troppo. Pinna poteva costargli tutto. Pinna poteva anche prendere il suo posto da commissario, se avesse voluto.
In ogni caso, doveva andare dal Carogna. Aveva bisogno di una mano... Il Carogna l'avrebbe aiutato. Ormai lo considerava quasi un amico. Era troppo stupido per capire quante volte Stigazzi lo avesse raggirato, quante volte lo avesse usato per i suoi traffici privati, senza passare per don Luciano. E anche questa volta gli avrebbe tirato fuori una bella storia. L'avrebbe condita di un po' di "mi devi aiutare", "io con te farei lo stesso", "è anche grazie a me che puoi vivere qui da solo, senza grossi problemi, facendo solo qualche lavoretto ogni tanto"... e poi gli avrebbe detto di contattare il Macellaio, di dirgli che Pinna... che Pinna aveva scoperto qualcosa... e che stava per avviare un'indagine su di loro. Ecco! Così, senza pensarci due volte, l'avrebbero cercato e fatto fuori. Veloce e indolore. Beh, se invece fosse stato lui a trovare per primo Pinna... non sarebbe stato né veloce né indolore... Ma quello era un altro discorso. Il motore calò di giri. Poi aumentò. Poi diminuì. La macchina si spense. Aveva finito la benzina. «A lì mortacci!! Puttana la mignotta!!», imprecò Stigazzi. Abbandonò la Volvo nera sul ciglio della strada e si preparò a fare una lunga passeggiata.

Pinna parcheggiò la Mercedes. Diede uno sguardo all'orologio: erano le dieci e mezza di sera. Un po' tardi per una visita, no? Vabbè, pazienza. Suonò il campanello e attese sull'uscio. Nel giro di dieci minuti sarebbe arrivato anche Stigazzi. Ma questo, chiaramente, Pinna ancora non lo sapeva.

mercoledì 11 marzo 2009

L'ultima volta [7ª PARTE]

Bisognava trovare un piano. Alla svelta. Non ci si poteva rivolgere alle forze dell'ordine. Pinna aveva da tempo capito che erano profondamente corrotte. Quindi, doveva fare tutto da solo.
Andare da don Luciano? Poteva essere un'idea. Se non riesci a batterli, unisciti a loro. D'altronde aveva innumerevoli contatti in testa. Tutti memorizzati. Iniziamo a salire i gradini, pensò soddisfatto, e arriviamo a don Luciano. Se ci arriviamo vivi, non mi resta che consegnare le pecorelle smarrite al pastore. Potrei anche fuggire... Ma so già che mi troverebbero. Non farei in tempo ad arrivare al primo aeroporto... Stigazzi e i suoi uomini mi stanno già cercando. È una lotta contro il tempo. Arrivare da don Luciano prima che Stigazzi mi pianti una pallottola nel petto.
Ok, punto numero uno: andare a fare una visita al Carogna. Punto numero due: scoprire dove poter trovare il Macellaio, e farci due chiacchiere. Punto numero tre: trovare il Contabile. E per finire, parlare con don Luciano. «Si, può funzionare», disse a bassa voce, «ma prima di tutto mi devo sbarazzare di questa macchina e della mia uniforme.»

«Anvedi quer fijo de 'na mignotta!» imprecò Stigazzi. «E che cazzo vuol fare adesso?»
L'assassino guardò sbigottito Stigazzi.
«Io lo so cosa vuol fare quello stronzo», continuò Stigazzi, «quello stronzo ci vuole consegnare nelle mani di don Luciano. Non mi ero mai reso conto che dentro quella testa vuota avesse un cervello... Potrebbe conoscere nomi, indirizzi... Potrebbe mettermela nel culo... Sa troppe cose su di me. Sa di certi affarucci che ho fatto, roba che sicuramente non piacerà a don Luciano. Se dovesse venirne a conoscenza... non voglio immaginare cosa potrebbe succedermi. E poi adesso sa anche che ti volevo coprire. Beh, il primo problema lo risolviamo subito, tanto ormai, non mi servi più a niente...»
Freddo, impavido, estrasse la pistola di ordinanza, la puntò al petto dell'assassino, e scaricò due colpi in rapida successione. L'altro non ebbe il tempo di reagire. Morì sul colpo, andando a sbattere contro il cofano della macchina.
«E adesso, cerchiamo di risolvere anche il problema Pinna», sentenziò Stigazzi. «Quel lurido figlio di puttana si pentirà di ciò che ha fatto. Lo ucciderò lentamente, quel bastardo... Lo farò soffrire a tal punto che mi supplicherà di ucciderlo. Gli farò rimpiangere di non essere morto adesso. Avrei fatto una cosa veloce. Indolore. E invece lui voleva vivere... E forse adesso vorrebbe prendere il mio posto... Capirà che ha fatto il passo più lungo della gamba.»
Stigazzi prese un fazzoletto, e si asciugò la faccia e le mani dal sangue che gli era schizzato addosso. Anche l'uniforme era sporca. Aprì il bagagliaio della Volvo nera e caricò il corpo ancora caldo del killer. Salì in macchina. Girò le chiavi, che erano rimaste inserite. Accese la macchina. E partì. E adesso, andiamo a fare una visita al Carogna, pensò Stigazzi risoluto.

sabato 7 marzo 2009

L'ultima volta [6ª PARTE]

L'agente Tore Pinna aveva dietro di se una storia molto particolare. Ultimo di cinque figli, aveva vissuto i primi diciotto anni della sua vita nell'entroterra sardo, dove aveva compreso fin dall'infanzia i concetti dell'onore e del rispetto. Poi aveva scelto di fare lo sbirro. In realtà quel lavoro non gli era mai piaciuto, ma era stato l'unico modo per evadere dal campanilismo di una società chiusa, in cui non avrebbe avuto nessun tipo di futuro. Ogni tanto sognava le sue montagne e il suo paesetto di trecento abitanti, in cui aveva abbandonato la dimensione umana per essere fagocitato dalla grande città.
Quel lavoro lo stava lentamente logorando, se ne rendeva conto giorno dopo giorno. Gli anni della speranza, dell'ottimismo e della scoperta avevano lasciato il posto a quelli della rassegnazione, del passivismo e della rinuncia.
Ormai, si era rassegnato. Svolgeva sempre gli stessi compiti, comandato a bacchetta da quello stronzo di Stigazzi, in un susseguirsi di giornate uguali e senza senso. Ma c'era una cosa che Stigazzi non aveva assolutamente previsto: in dieci anni di onorato servizio Pinna aveva riordinato e archiviato tanto di quel materiale da essersi reso conto, mese dopo mese, anno dopo anno, che quel fottuto bastardo di Stigazzi era corrotto fino al midollo. Ormai conosceva nomi e cognomi di tutti i suoi scagnozzi. Di me non si preoccupa, pensava rabbioso Pinna. Mi considera uno stupido, un inetto, un bravo esecutore di ordini.
Stigazzi avrebbe scoperto a sue spese che l'agente Tore Pinna non era per niente innocuo, e tutti quegli anni di sottomissioni e silenzi forzati lo avevano lentamente trasformato. La vendetta è un piatto che va consumato freddo. E Tore Pinna aveva già aspettato abbastanza.
Pinna diede uno sguardo all'assassino, e poi si rivolse verso Stigazzi. Il killer aveva riposto la pistola, e Stigazzi era talmente sicuro dell'innocuità di Pinna, che gli dava le spalle, ignorandolo. Doveva fare in fretta: questione di secondi, e l'avrebbero fatto fuori. Stigazzi non si sarebbe messo problemi a sbarazzarsi di lui.
Con una mossa repentina, Pinna tirò fuori la pistola d'ordinanza, si allontanò di qualche passo e sparò due colpi in rapida successione. La sua mira era infallibile: colpì il ginocchio di Stigazzi, che cadde in avanti, travolgendo l'assassino. Approfittando del momento di caos, salì nella macchina ancora accesa, e si dileguò. Nella faccia del commissario si dipinsero prima sgomento, e poi rabbia. Rabbia e indignazione.
«Ma che cazzo hai fatto Pinna? Tu non hai idea del casino in cui ti sei appena cacciato!!» urlava Stigazzi alla volante che, stridendo le gomme nell'asfalto, per poco non lo travolgeva.
Pinna aveva già capito cosa avrebbe dovuto fare. Era ora di finirla, una volta per tutte. Si ricordava i nomi, gli indirizzi, e addirittura i numeri di telefono. Stigazzi ha le ore contate, pensò con un pizzico di soddisfazione. Le conosceva, le regole. Regola numero uno: chi sbaglia è morto. Regola numero due: chi tenta di fottere don Luciano, è morto due volte.
Spinse il pedale dell'acceleratore a tavoletta. Si guardò nello specchietto retrovisore, non riconoscendosi. La gente cambia, pensò, e il povero coniglio bastonato si è trasformato in un lupo. Un lupo assetato di sangue. E di vendetta.

venerdì 6 marzo 2009

L'ultima volta [5ª PARTE]

Rimase paralizzato.
Chi cazzo era quello sbirro che aveva tutte quelle informazioni su di lui? E poi don Luciano, l'Innominabile, l'Intoccabile, il Supremo, poteva forse avere contatti diretti con uno sbirro? Probabilmente no. Lui stesso, non l'aveva mai visto, don Luciano. Aveva sempre ricevuto i suoi ordini per via indiretta, e li aveva sempre eseguiti. In maniera impeccabile, altrimenti non sarebbe rimasto vivo fino a quel giorno. Quel giorno in cui aveva sbagliato.
Riguardo a don Luciano non si sapeva granché. Si sapeva solo che era lui a manovrare le redini di mezza Italia. Era lui a muovere le pedine nella scacchiera della politica. Ed era sempre lui che, servendosi di prestanome, aveva costruito un patrimonio immenso, con fondi sparsi in quasi tutte le più importanti banche del mondo. E, per finire, si sapeva anche che don Luciano non perdona. Non puoi sbagliare, quando lavori per don Luciano. E lui aveva sbagliato. Si, aveva decisamente bisogno di una mano.

Il commissario Stigazzi aveva molti più scheletri nell'armadio di quanti ne desse a vedere. Già da tempo aveva preso contatti con don Luciano e da subito aveva capito che se avesse voluto combinare qualcosa, era a lui che avrebbe dovuto rivolgersi. E così era iniziata l'epoca dei testimoni che si suicidavano, degli assolti per "mancanza di prove", delle bustarelle date alle persone giuste al momento giusto. E la sua carriera aveva preso una svolta: in poco tempo era diventato commissario, e tra un affaruccio e l'altro era riuscito a racimolare un bel po' di soldi che aveva coscientemente depositato in una banca svizzera. Prima o poi avrebbe mandato tutti affanculo, e se ne sarebbe andato da quel posto di merda. O almeno così pensava, ogni mattina che si guardava allo specchio radendosi la barba.


«Bravo, metti giù la pistola, che non serve», disse Stigazzi, come se stesse parlando a un bambino capriccioso.
Qualche ora prima, nella vecchia cantina, aveva aspettato che Pinna si distraesse, e furtivamente aveva fatto sparire il portafoglio dalla scena del crimine. Ora lo tirava fuori, e lo sbatteva in faccia all'assassino.
«Sapevo che questa era roba tua. È tuo vero?»
Il killer allungò la mano, e lesto afferrò il portafoglio.
«Anvedi 'sto stronzo!», intercalò Sticazzi, «E adesso, parliamo un po' di affari. Io ti faccio sparire nel nulla. Basterà procurare un cadavere che ti assomigli. Faremo un bel rapporto in cui dichiarerò che hai tirato fuori la pistola, hai sparato all'agente Pinna, e io ho dovuto aprire il fuoco. Per il test del DNA e cazzi vari, ho già persone fidate che se ne potranno occupare. Nessuno ti cercherà più. In cambio voglio due milioni di euro nel mio conto in Svizzera. So che per te non sarà un problema racimolare tutti quei soldi, dopo più di cinque anni che lavori alle dipendenze di don Luciano. Li voglio entro domani pomeriggio. E per essere sicuro che non farai il furbo, sappi che tengo già d'occhio la tua cara Emeline. Cinque uomini di mia fiducia la stanno seguendo giorno e notte. Salvo ordini contrari, alle cinque di domani pomeriggio le faranno saltare le cervella. Quindi, muovi il culo. E non pensare di fottermi. Neanche per scherzo.»

Pinna capiva lentamente il quadro che andava dipingendosi.
Il commissario si becca due milioni di euro, e io muoio. Fine della storia. Su cunnu...
Era sempre stato ligio al dovere. Mai sarebbe contravvenuto agli ordini. Ma, in quel frangente, doveva reagire. E fare qualcosa che nessuno si sarebbe mai aspettato potesse fare. Nemmeno lui.